Jacopo Leone Bolis

compositore e musicologo all'interno del saggio John Cage, Empty words. Parole scomposte, suoni concettuali  pubblicato in De Musica, 2012, XVI ha dedicato una pagina di  commento all'esposizione relativa a John Cage nei "Barlumi per una filosofia della musica" che merita di essere riferita. Naturalmente si rimanda all'articolo di Bolis nella sua interezza. Il saggio di Bolis lo trovi anche a questo indirizzo.

 

"Il filosofo italiano Giovanni Piana (n. 1940) nel suo scritto Barlumi per una filosofia della musica" non si esime dal dedicare un significativo numero di pagine (pp. 284-301) all’analisi del complesso universo sonoro partorito dallo stralunato musicista statunitense. In questo scritto eterogeneo a causa delle differenti e molteplici personalità presentate, analizzate e discusse, Giovanni Piana è riuscito a descrivere con grande attenzione (ma anche con apprezzabile capacità di sintesi) le mete raggiunte dall’arte musicale di Cage. Il percorso artistico di quest’ultimo è presentato da Piana secondo un preciso schema cronologico secondo il quale Cage inizialmente scoprì il piacere per l’arte musicale quale principio antitetico all’arte compositiva intesa come fatica e martirio (sensibilità quest’ultima professata dal suo maestro Arnold Schönberg). Questo piacere creativo spinse Cage a elaborare una propria poetica musicale scevra da ogni accademismo ove l’atto creativo nasceva e si dipanava tramite l’ideazione estemporanea. Il gesto violento e improvviso divenne il contraltare
dell’interminabile rifl essione razionale. Partendo da tale spinta creativa e propulsiva, sempre secondo quanto scritto da Piana, Cage corruppe il pianoforte creando il pianoforte preparato, innalzò il parametro ritmico a entità strutturale dell’agire compositivo a scapito di melodia ed armonia, scoprì l’insopprimibile e perniciosa esistenza del suono (silenzio quale insieme di suoni non volontari) e l’insensatezza della dicotomia suono/rumore. Giovanni Piana conclude nel suo scritto questa complessa peregrinazione artistica tramite una breve ma intensa analisi di Empty Words (richiamandosi al già ricordato concerto svoltosi presso il Teatro Lirico di Milano nel dicembre 1977). Secondo il filosofo italiano questa composizione smentisce, almeno in parte, le precedenti conquiste estetiche e filosofi che di Cage inerentemente al complesso rapporto suono/silenzio.

" Forse qualcuno potrebbe commentare tutto ciò scolasticamente
in stile cageano, dicendo che musica è l’insieme
degli eventi sonori che qui accadono. Commento assai
piatto e banale! La verità è che le parole di cui afferriamo
il senso sono qui puro nonsenso di fronte alle parole
vuote. Ma vorrei dire di più: nell’ascolto, ho la sensazione
che la voce di Cage risuoni al di là di un muro impenetrabile
sancendo una radicale differenza tra due universi.
Cosicché mi sembra di poter dire – cosa tanto più straordinaria
per il fatto che ora è in gioco Cage stesso in prima
persona – che qui rumore e musica tornano nuovamente
a distinguersi: e duramente!" (citazione dai "Barlumi")

Secondo Giovanni Piana in Empty words non assistiamo ad una sostanziale compenetrazione dei fenomeni sonori con il silenzio, bensì ad un rapporto apertamente conflittuale tra queste due entità nuovamente differenti e divergenti nell’agire artistico ed estetico di Cage. Il silenzio interno ad Empty words è percepito da Piana come uno sfondo continuamente vituperato, se non addirittura violato energicamente, dalla voce dello stesso compositore. Suono e silenzio tornano ad essere entità contrapposte non sovrapponibili. Quando vi è l’uno non può esservi l’altro. Alla luce di ciò è necessario porsi qualche domanda. È lecito supporre che Cage fosse ritornato, anche se magari solo occasionalmente, sui suoi passi? L’estetica musicale di Cage palesataci in Empty words aveva abbandonato alcune sue passate premesse? Forse sì, forse no. Mi spiego meglio. Ascoltando le registrazioni esistenti di quel passato concerto del 2 dicembre 1977 al Teatro Lirico di Milano appare evidente come la disamina estetica e filosofica di Piana sia assolutamente veritiera. In quel preciso contesto silenzio e suono sembrarono realmente tornare ad essere entità antitetiche all’interno dell’agire artistico di Cage (tale rapporto conflittuale fu inoltre significativamente amplificato dai rumori provenienti dal pubblico, spesso abbandonatosi a un ‘contegno’ tutt’altro che silenzioso). Eppure tale rapporto antitetico viene evidentemente meno nell’ascolto della versione della Mode records di Empty words dell’aprile 1991. In questa fatica discografica, comeprecedentemente enunciato, silenzio, pianoforte ed elemento vocale palesano la loro completa (quanto complessa) complementarità. Il silenzio non è difatti percepibile come un momento privo di eventi sonori e quale semplice momento di passaggio tra un suono ed un altro evento acustico. Esso è, viceversa, un ingrediente fondamentale all’interno degli equilibri formali che reggono l’intera struttura architettonica della composizione. Cage non costruisce eventi sonori vocali o pianistici al di sopra del silenzio, quest’ultimo non è il fondamento, lo sfondo sopra il quale costruire altri e tumultuosi avvenimenti acustici. Il silenzio è solo un dato musicale equiparabile (e, quindi, non antitetico) a qualsiasi altro evento sonoro. Il silenzio è suono. La dicotomia evidenziata da Giovanni Piana nella versione teatrale di Empty words del 1977 venne quindi ricucita e ricomposta da Cage in studio nell’aprile 1991. Tutto ciò non può non mettere in luce l’enorme importanza che riveste, da un punto di vista estetico, il luogo e la metodologia grazie alla quale un’opera musicale viene ad essere realizzata. Del resto la musica è, per sua stessa natura, un’arte performativa ed è assolutamente normale ch’essa subisca continui e signifi cativi mutamenti al variare del luogo e dello spazio ove essa viene ad essere ricreata e fruita."

 


 

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