Questa scheda di Stefano Catucci è stata pubblicata in "Musica e Dossier" - luglio Agosto 1991.

 Stefano Catucci

 

 

Parlare oggi di una "filosofia della musica" può sembrare un compito apparentemente disperato. Mentre non riconosciamo più la validità delle grandi sistemazioni teoriche tentate in passato, sembra che la musica abbia voluto conquistarsi una sorta di autosufficienza, che voglia proclamare un diritto alla libertà da sovrastrutture teoriche. Si ha cioè l'impressione che oggi la musica voglia bastare a se stessa e che ogni domanda sul suo senso sia avvertita come un’ingombrante eredità. Proprio per questo, nel rivendicare l'irrinunciabilità di una riflessione filosofica sulla musica, Giovanni Piana cerca anzitutto di definirne il luogo proprio e l’orizzonte. Secondo Piana, è necessario compiere una svolta, risalire alla sorgente della musica, al suono, per costruire a partire di qui un percorso fenomenologico che sappia anche smascherare i presupposti filosofici nascosti e inavvertiti che condizionano di fatto le analisi della più aggiornata musicologia, anche quando queste professano proprio la rinuncia alla filosofia.
      Così, alcune delle più interessanti pagine del libro sono dedicate a quello che è ormai un luogo comune: la considerazione della musica come linguaggio, in altre parole l’approccio semiologico al fenomeno musicale. Piana non sottovaluta l'interesse della analogia fra musica e linguaggio, ma ricorda che si tratta di un’analogia, non di un’identità. Le convizioni correnti vanno invece ben oltre questa relazione metaforica, fondano sul modello del linguaggio teoremi basati su presupposti vetero-empiristici e non riescono a dar conto della molteplicità interna del fenomeno musicale. Una varietà di piani che per l'impostazione semiologica si pone fin dal principio come un enigma. Per questo, Piana invita a non considerare subito la musica nelle sue forme artistiche storicamente determinate, a trascurare inizialmente la dimensione delle opere musicali compiute. Si tratta di un movimento tipico del metodo fenomenologico, ma che era rimasto celato ad altri teorici che pure avevano preso le mosse da un atteggiamento simile (si pensi a Roman Ingarden). Soprattutto, questo movimento coincide con la direzione essenziale del Novecento musicale, la cui aspirazione al nuovo è interpretata da Piana come il tentativo di una radicale rifondazione del "musicale".
        Il libro è articolato come una grande fenomenologia dell’esperienza musicale in genere, un’estetica trascendentale del suono che prende in esame Materia, Tempo, Spazio e Simbolo. E proprio sulla nozione di simbolo si gioca, secondo Piana, il nucleo del senso musicale e del suo rapporto con la realtà, la sua volontà di porsi come un’esperienza capace di far presa sul mondo. A partire da un’originale ridefinizione dell’immaginazione .musicale, Piana vede nella forza simbolica della musica l’atto di nascita del suo senso, o meglio la sua capacità di aprire direzioni di senso possibili che mantengono un rapporto attivo anche con l' esperienza non musicale.

Stefano Catucci

 


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